Su la Lettura del 28 gennaio scorso, il supplemento settimanale del Corriere della Sera, è stato pubblicato un articolo di Nicola Campogrande dal titolo «Le cinque vie della classica». L’intento di Campogrande è di presentarci quella che, dalla sua prospettiva, rappresenta con assoluta certezza la nuova mappa della musica classica internazionale, attraverso i «cinque nuovi atteggiamenti estetici» che di lì a poco mette in evidenza. Se così fosse, non ci sarebbe nulla di male a prendere in seria considerazione i suggerimenti che il direttore artistico del festival MITO ci dispensa, non fosse altro per il ruolo che svolge, e dunque il punto privilegiato d’osservazione. A dire il vero, una sospensione del giudizio su dei temi così insidiosi sarebbe stata più saggia da parte sua, ma, come abbiamo già avuto modo di constatare in precedenza, la prudenza non gli si addice. Ma in realtà il tema dell’articolo in sé è solo un pretesto. Il vero obiettivo di Campogrande è un altro: continuare ad attaccare in modo sistematico «quell’ipoteca punitiva» che evidentemente gli genera molta insofferenza, lasciata in eredità dai protagonisti delle avanguardie del secondo Novecento ai compositori che hanno mosso i passi lungo quel solco. Come egli stesso scrive, senza mai perdere occasione di ripeterlo, la musica contemporanea per troppi anni è stata sinonimo di sofferenza diffusa per gli interpreti e il pubblico. Una musica noiosa, il più delle volte ostile, i cui esiti dannosi hanno generato paesaggi desolati, frequentati esclusivamente da soggetti camuffati con maschere intellettuali, «mentre loro, i compositori, scivolavano verso una marginalità sempre più imbarazzante». Naturalmente, il compositore e maestro Nicola Campogrande non fa parte di questa triste comitiva. Il pensiero di Campogrande è netto, implacabile e spregiudicato. Finalmente è arrivato il suo momento, e da ora in avanti non potrà più esserci spazio per tutto questo, perché la «nuova musica» (decisa da lui stesso in modo unilaterale) è altra cosa in quanto a piacevolezza ed emozioni vissute dagli interpreti e da chi ascolta. L’universo musicale salvifico a cui aspira Campogrande è confortevole, appagante, melodioso, anche un po’ rockeggiante, talvolta adrenalinico, «partiture che sprizzano energia nei timbri, nella successione delle armonie e soprattutto nel ritmo», una musica dove trovano spazio il pop, le colonne sonore, il folk, il primo Novecento, il post-minimalismo, insomma, di tutto di più, eccetto che l’avanguardia e i suoi “demoni” chiamati Boulez, Stockhausen, Berio, Maderna, Pousseur e Nono!
Mi sorge tuttavia un dubbio e mi chiedo se con Campogrande condividiamo almeno la stessa dimensione spazio-temporale, il che, se fosse vero, dovrebbe consentirci di avere una percezione della realtà sufficientemente simile. Mi domando, quindi, quale sia il senso vero di questa ennesima incursione di Campogrande? L’ostilità che manifesta per la musica contemporanea è assolutamente priva di senso. In Italia, a parte alcune rare eccezioni, questo genere musicale occupa ormai ruoli ed ambiti del tutto marginali. La musica contemporanea è stata già rimossa!
Basta guardare la programmazione dei Teatri, dei principali festival e delle regolari stagioni concertistiche per rendersi conto della scarsità di pezzi di autori contemporanei. Quel poco che rimane in Italia continua ad esistere, e resistere, grazie soprattutto all’impegno e alla passione di compositori e interpreti, musicisti senza i quali la musica contemporanea rischierebbe di scomparire per la pressoché totale mancanza di sostegno da parte delle istituzioni pubbliche e i soggetti privati. Ma nonostante questo, anzi probabilmente proprio per questo, la musica contemporanea continua a dare segni di grande vitalità anche fra le nuove generazioni. È quanto ci auguriamo, indipendentemente dalla volontà persecutoria e dai mantra di Nicola Campogrande.
 
Martino Traversa